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ccostandosi
allo studio delle cornamuse utilizzate nel periodo
medievale, credo si debba introdurre il tema con
un’importante osservazione.
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stato attuale delle ricerche, nessuna ricostruzione
di questi strumenti può essere proposta con un grado
sufficiente di attendibilità.
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Questo limite è dato dal fatto che nessun reperto
materiale è stato fino ad oggi ritrovato. Purtroppo,
nelle mani di archeologi e ricercatori, non son
potuti giungere ne frammenti di cornamusa risalenti
all’epoca, ne tanto meno strumenti completi da poter
studiare, misurare e riprodurre.
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Una
prima causa di tale mancanza assoluta di fonti
archeologiche è da ricercare nell’estrema
deperibilità del legno e della pelle, principali
materiali utilizzati per la costruzione di questi
strumenti. Solo in rarissimi casi, la natura
particolare di alcuni terreni del nord Europa ha
permesso ad un numero esiguo di strumenti a fiato di
giungere fino a noi. È il caso ad esempio di alcuni
flauti diritti, datati intorno al XIV sec. e
ritrovati in ottime condizioni di conservazione in
Germania, Olanda e Polonia.
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Una
seconda ipotesi per giustificare l’assenza di
reperti dell’epoca, è facilmente ascrivibile a
motivazioni di tipo culturale: molto probabilmente,
gli enormi cambiamenti di strumentario operati nel
Rinascimento, hanno fatto sì che gli strumenti
medievali venissero lentamente abbandonati o
distrutti. Come possibile conferma di questa
ipotesi, e per ironia della sorte, la maggior parte
dei flauti sopraccitati sono stati ritrovati durante
gli scavi di alcuni luoghi di decenza.
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etto
questo, non tutto è perduto. Tenendo ben presente i
doverosi confini di questa ricerca, altre fonti
corrono numerose in nostro aiuto.
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partire dalle fonti letterarie si può raccogliere un
numero considerevole di testi poetici, di racconti e
romanzi dove la cornamusa viene citata in modo
inequivocabile. Per portare solo alcuni esempi di
questa ricca casistica basti pensare al “Jeu de
Robin et Marion” composto da Adam del la Halle nel
XIII sec. dove la cornamusa viene appellata “muse
au grant bourdon” o al “Decameron” del Boccaccio
che, sul finire della sesta giornata, dipinge così
Tindaro:
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a
il re, che in buona tempera era, fatto chiamar
Tindaro, gli comandò che fuor traesse la sua
cornamusa, al suono della quale esso fece fare molte
danze. Ma, essendo già buona parte di notte passata,
a ciascun disse ch'andasse a dormire.”
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osì
pure nel prologo de “The Canterbury Tales”, Chaucer,
presentandoci il personaggio del Mugnaio, fa
riferimento esplicito alla sua abilità nel suonare
la cornamusa. Il fatto che l’autore abbia messo
questo strumento tra le mani di un tale personaggio
non ci riempie certo d’orgoglio ma la descrizione è
così gustosa che non ci si può trattenere dal
sorridere.
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e
was a janglere and a goliardeys,
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And that was most of sinne and
harlotryes.
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Wel coude he stelen corn, and
tolled thryes;
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And yet he hadde a thombe of gold pardee.
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A whyt cote and a blew hood wered
he.
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A baggepype wel coude he blowe
and sowne,
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And therwithal he broghte us
out of towne.”
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ueste
fonti letterarie, come molte altre ancora, raramente
possono darci indicazioni sulla struttura e sui
criteri costruttivi degli strumenti descritti ma
sono preziosissime per aiutarci a comprenderne
meglio l’uso pratico, la collocazione sociale ed i
gusti musicali caratteristici di ogni area
geografica d’Europa.
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na
seconda e fondamentale tipologia di documenti
consultabili per la ricostruzione di strumenti
antichi è formata dal ricco patrimonio delle fonti
iconografiche.
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Sono
centinaia le miniature, gli affreschi e le sculture
del periodo medievale che ritraggono musici, angeli
o personaggi fantastici intenti a suonar cornamuse.
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Qui di
seguito riportiamo alcuni esempi.
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Sonare et balare
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Theatrum Sanitatis, XIV sec.
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Giovanni II di Francia istituisce l'Ordine
della Stella
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Grandes Chroniques de France, XIV sec.
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"Joueur de chevrette"
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Musée Saint Rémi, Reims, XIII sec.
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ueste
raffigurazioni, e molte altre ancora, raggiungono il
più delle volte un buon grado
di precisione nella resa del dettaglio e, in molti
casi, sono di grande aiuto per confermare ipotesi e
congetture o quanto meno per scartarle decisamente.
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Certo è
che queste immagini non possono in nessun modo
mostrarci la parte più importante e decisiva di
questi strumenti: le forature dei canneggi e le ance
montate.
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In
ultima analisi, tutte queste fonti richiedono di
essere integrate ed amalgamate da un ricco bagaglio
di informazioni sulla tradizione costruttiva, sulla
teoria musicale, sulle leggi dell’acustica e sulla
storia della tecnologia.
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-
n
ultimo accenno vorremmo dedicarlo al nome con il
quale abbiamo deciso di chiamare le nostre proposte
di ricostruzione.
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Il
termine Musa è di origine antichissima e appare in
una delle prime descrizioni medievali di questi
strumenti.
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Crediamo
che la benevolenza con la quale venne descritta,
oltre a riscattarci dall’eredità del povero Mugnaio
di Chaucer, sia un prezioso viatico per comprendere
questi strumenti al di là delle deformazioni nelle
quali spesso vengono costretti.
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icitur
autem musica, ut quidam volunt, a musa, quae
est instrumentum quoddam musicae decenter satis et
iocunde clangens. Sed videamus, qua ratione, qua
auctoritate a musa traxerit nomen musica. Musa, ut
diximus instrumentum quoddam est omnia musicae
superexcellens instrumenta, quippe quae omnium vim
atque modum in se continet: humano siquidem inflatur
spiritu ut tibia, manu temperatur ut phiala, folle
excitatur ut organa. Unde et a Graeco quod est mesa,
id est media, musa dicitur, eo quod sicut in aliquo
medio diversa coeunt spatia, ita et in musa
multimoda conveniunt instrumenta. Non ergo incongrue
a principali parte sua musica nomen sortita est.”
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(Johannes
Cottonius, “De Musica cum Tonario”, Capitolo
III, ca. 1100)
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